lunedì 10 aprile 2017

La Macabra Moka: Tubo Catodico e Ammazzacaffè.

Cuneo e la sua provincia non sono famose per la cosiddetta movida. Anche perché da queste parti è più facile incrociare un chupacabra che imbattersi in una movida. I coraggiosi tentativi di rendere un po' più gioiosa la noiosa vita di provincia molte volte, quando non vengono stroncati sul nascere, sono osteggiati dall'esercito di omini grigi che al grido di qui c'è gente che domani va a lavorare, non ci pensa due volte a chiamare le forze dell'ordine al minino rumore fuori scala dopo le 22.
In questa triste realtà è difficile pensare che esista un manipolo di temerari che, non solo vogliono divertirsi, ma che addirittura suonano il rock. Quello tosto, duro e bello peso.
Va bene, vi fermo subito, ci sono i Marlene Kuntz. Ma arrivano da un'epoca diversa. Un'epoca ormai lontana in cui si organizzavano ancora i concerti in piazza e che duravano fino a tarda ora. Un tempo in cui anche chi non sopportava il rumore si limitava a scuotere la testa mormorando un si giuvu ('sti giovani, in piemontese) e se ne andava. Magari accennava anche un sorriso. Ma tutte le cose passano, i tempi cambiano e non è detto che lo facciano in meglio.
Da queste parti in questi tristi giorni di concerti se ne vedono pochi.
Ma c'è chi lotta. Un movimento sotterraneo che cerca di scuotere le fondamenta a suon di mazzate rock. Tra di essi La Macabra Moka.
Dopo il demo Espresso del 2011 e il primo album Ammazzacaffè del 2014, è uscito in questi giorni il nuovo lavoro: Tubo Catodico.
Sapete che non mi piace dilungarmi in (inutili) presentazioni, divagazioni e arzigogoli per allungare la minestra e quindi veniamo subito al sodo. La Macabra Moka è rabbia alla stato puro. Ma non si tratta di una rabbia incontrollata, di quelle che spaccano tutto senza guardare chi o cosa capita a tiro come un mero Berserkr. Qui ci troviamo al cospetto di un pugile che si è svegliato male e che non vede l'ora di riempirti di mazzate. Ma con metodo. Prima ti lavora ai fianchi, massacrando i reni, poi si trastulla un po' con lo stomaco, lasciandoti senza fiato e con il gusto acido di bile in bocca. Ti serve poi una quadriglia di ganci, giusto per regalarti un lifting e completa l'opera con un uppercut che ti manda dritto a letto rimboccandoti le coperte. E quando ti svegli, ti chiedi sotto quale intercity sei finito.
Rimanendo in ambito pugilistico, Ammazzacaffè è la parte preparatoria, il lavoro ai fianchi mentre Tubo Catodico è la gragnuola di colpi che ti stende.
Per i patiti dei paragoni, non credo di commettere un peccato affermando che l'influenza dei nostri vada ricercata, oltre che nei già citati Marlene, negli Afterhours più incazzati, nel Teatro Degli Orrori e, nelle parti più morbide, nei Ministri. Citare i CCCP non sarebbe un azzardo anche se sono seppelliti sotto un muro di suono che raggiunge il livello di uno Stoner Rock neppure troppo velatamente di matrice Kyuss. E se dovessimo per forza indicare un'ulteriore fonte estera, direi sicuramente i Foo Fighters, non quelli pop ma quelli più massicci, naturalmente.
Il tutto condito dall'italico idioma, con buona pace dell'esterofilia galoppante. Perché anche in Italia, anche a Cuneo, quando c'incazziamo, lo facciamo come si deve.

P.S.
E noi di Cuneo siamo anche generosi, perché potete scaricare entrambi i dischi gratis. :-)

La Macabra Moka è su:
Facebook
Tubo
Bandcamp
Soundcloud
Instagram

venerdì 31 marzo 2017

Una Moda Mai Fuori Moda.

Chissà se i Depeche Mode quando pubblicarono il loro primo pezzo, Photographic, all'interno della compilation Some Bizarre, verso la fine del 1980 immaginavano di raggiungere il successo.
Sicuramente, come tutti i ragazzi che mettono su un gruppo, lo speravano.
Chissà quali espressioni si sarebbero dipinte sui loro imberbi volti, se qualcuno gli avesse detto che non solo avrebbero raggiunto un successo stratosferico, ma che avrebbero addirittura cavalcato la cresta dell'onda anche quarant'anni dopo la loro nascita.
Alti e bassi nella loro lunga carriera ci sono stati. Non essere sempre al massimo è fisiologico, specialmente in un lasso di tempo così ampio. Non puoi essere costantemente a quel livello. Se lo fossi, non saresti un essere umano. E ciò che mi fa propendere per la non umanità dei DM è che anche nei momenti di crisi, lo standard della loro musica non è mai sceso fino alla sufficienza o alla mediocrità. Sono come il compagno di scuola secchione o il genio di turno il cui voto più basso della sua carriera scolastica è un otto. E magari pure lo schifa, mentre tu faresti un patto con satanasso in persona per prenderne almeno uno.
Spirit, il nuovo disco, è qui per dimostrarlo. Anche quando la premiata ditta si limita a fare il compitino, questo è sempre al di sopra degli standard.
Non ci troviamo al cospetto di un capolavoro ma è, al solito, un ottimo disco. Un disco dei DM.
E il primo singolo, Where's The Revolution è già un piccolo classico.

In una serata tra rockettari e quindi poco avvezzi a discernere di pop mainstream, la conversazione è cascata proprio su di loro. Quel giorno usciva il nuovo lavoro e tutti, anche i più intransigenti tra di noi, hanno concordato sul fatto che: questi da quarant'anni non sbagliano un colpo.
Possono non piacere ma converrete con me che nel loro genere non hanno eguali.
Sono unici.
Non sono la persona più attendibile per parlare di Gahan, Gore e Fletcher. Non posso esprimere un giudizio obiettivo, perché quando un gruppo ti piace (tanto), l'imparzialità va a farsi benedire. E anche un disco bruttino magari te lo fai piacere e cerchi di trovare del buono anche dove non c'è. Non che qui sia necessario, per carità.
D'altronde che cosa pretendete da uno che giocava con i soldatini canticchiando Just Can't Get Enough? Da uno che nella diatriba tra Duran Duran e Spandau Ballet, non solo si ergeva a novella Svizzera ma cercava d'imporre la Moda. E veniva prontamente sfanculato.
Nel biennio 83-84, Construction Time Again e Some Great Reward contenevano robetta tipo Everything Counts, People Are People e Master And Servant. Se la giocarono con colossi come Seven And The Ragged Tiger, Arena con un asso pigliatutto come Wild Boys dal lato Duran, True e Parade lato Spandau e non ne uscirono sconfitti.
E poi dice che uno è nostalgico...

Ma allora eri un ragazzino così carino e certi gruppi potevano essere un incidente di percorso. Quanti metallari hanno ammesso che in gioventù, prima di essere folgorati dal sacro verbo del metallo, ancheggiavano con gli Wham! tra spalline alla Robocop e pantaloni con le pinces? Per poi redimersi e nascondere agli amici l'increscioso peccato di gioventù?
Io ero tra quelli e rinnegai immediatamente i miei trascorsi new romantic quando rimasi sconvolto dall'ascolto casuale di un pezzo degli Iron Maiden. Ripudiai immediatamente tutto ciò che suonava anche solo vagamente pop oppure non contenesse una chitarra elettrica distorta a manetta.
Abiurai in nome del metallo i Duran Duran, gli Wham!, i Tears For Fears, i Simple Minds e perfino gli U2 e Bowie, ma non i Depeche Mode.
Su di loro sono sempre stato intransigente e non li ho mai abbandonati anche a costo di essere perculato pesantemente dalla compagnia. Allora la musica era considerata roba seria; a causa dei propri gusti musicali si potevano perdere amicizie, se questi erano considerati non ortodossi. E si potevano prendere anche delle grosse sberle!
Ma i Depeche non li ho mai traditi.
Poi siamo cresciuti e forse maturati. Il passato, da prossimo è diventato remoto e la nostalgia l'ha fatto riaffiorare. Quegli ascolti inconfessabili sono emersi e tornati finalmente alla luce. Durante queste sedute anche i fruitori di suoni generati da schiere infernali con la luna storta hanno confessato che, se non di proprio amore, un'infatuazione per i Depeche Mode c'è sempre stata e continua anche oggi.
Un successo meritato e imperituro che sembra non conoscere fine. Dave Gahan e soci continuano ad essere il gazzettino di una moda che non passa mai di moda.
Chapeau.

P.S.
Dave Gahan... Uno dei pochi a poter dire: io, una volta, sono morto.

martedì 14 marzo 2017

Vogliamo Tutto e lo Vogliamo Subito.

Così cantavano i Queen, i Muse e i Rise Against, e chissà quanti altri.
Vogliamo tutto e subito: un velleitario e ingenuo slogan nato durante il movimento studentesco del 1968 che con il passare del tempo si è trasformato. Paradossalmente da motto anti sistema è diventato un motto del sistema. Sì, perché a pensarci bene, quello che era usato dagli studenti per reclamare le riforme e il cambiamento di un apparato già all'epoca considerato obsoleto e farraginoso, è diventato poco alla volta l'occulto mantra che sta condizionando pesantemente il nostro stile di vita.

Vogliamo di tutto, non solo i beni cosiddetti necessari, ma la bramosia del possesso (la roba di verghiana memoria) ci sta portando a consumare prodotti su prodotti di cui potremmo fare a meno e non sentiremmo la mancanza. D'altronde, se una società si basa sul consumo non è che le cose possano andare diversamente. A questa smodata e malsana voglia di possesso, negli ultimi anni si è affacciato e poi consolidato quello che a prima vista può sembrare un valore aggiunto ma che, a pensarci bene, non lo è affatto: il subito.
Dobbiamo avere l'ultimo modello iPhone prima degli altri e siamo addirittura disposti ad accamparci fuori dal negozi. Se ordiniamo un prodotto on line lo vogliamo in giornata, in alcuni casi nel giro di poche ore. Poco importa se il libro che abbiamo ordinato poi finirà nella pila dei libri da leggere e lì rimarrà per dei mesi.
Subito, ora, adesso.
E chi non è in grado di fornire un servizio ultra rapido ha vita breve.
Abbiamo davvero tutta questa urgenza?
Il tutto e subito sta cambiando il nostro stile di vita. E lo sta cambiando in peggio. Chi ha a che fare con questo sistema per lavoro (e poco alla volta tutti i fortunati che un lavoro ancora ce l'hanno dovranno farci i conti) sa di cosa parlo. Qualsiasi richiesta dev'essere evasa immediatamente e in maniera veloce. E il preoccupante paradosso è che si sta arrivando al punto che la velocità sta divorando la qualità. Non è importante che sia fatto bene ma che sia fatto in breve tempo. Scommetto che qualcuno ha già sentito questo assurdo assioma, figlio di questi tristi giorni.

E la vita del cosiddetto Popolo della Rete (ragazzi, che cosa lacrimevole) è l'emblema di questo stile di vita. Il live fast, die young 2.0 sta raggiungendo, attraverso i Social Network, un ritmo assurdo. Notizie che appena nascono sono già vecchie, morte. Un bombardamento continuo di news vere o farlocche che si accavallano o addirittura si mescolano rendendo quasi impossibile distinguerle, meme e post virali che rimbalzano come schegge senza controllo, per non parlare delle catene di S.Antonio e dei post SSIC (Se Sei Indignato Condividi). Una vera piaga digitale. Tra di essi le vere notizie e i post, interessanti e approfonditi, si perdono. E siccome l'effetto collaterale di questa velocità è il pauroso abbassamento della soglia di attenzione che ci sta riducendo ad una mandria di analfabeti funzionali, ritengo opportuno, quasi necessario, un ritorno alle origini.
Un rapido esempio: proprio in questi giorni su Facebook è comparso un video virale in cui, durante un evento sportivo, una mamma con in braccio un neonato al momento di applaudire, avendo l'arto occupato a tenere il pargolo, ha pensato bene di usarlo come mano mancante. In pratica lo prendeva a sberle. Sommossa popolare, centinaia di commenti indignati con i più benevoli a invocare la pena capitale per la mamma modello. Peccato si trattasse di un clamoroso falso. Perché, senza neppure aguzzare la vista, si poteva vedere molto bene che la donna aveva in braccio una bambola.
La soglia di attenzione e paurosamente scesa sotto il livello di guardia.

E qui entrano in gioco i blog, che forse possono trasformare la loro agonia (sì perché i blog, non se la passano molto bene, sapete?) in qualcosa di utile.
Ormai siamo isole sperdute che attirano quasi esclusivamente altri blogger, perché il semplice lettore (permettetemi di chiamarlo così) è perso nel marasma social e quando, disgraziatamente, clicca su un link che lo rimanda a un post di un blog che supera le dieci righe, esclama è troppo lungo e corre via inorridito.
Possiamo cambiare questa agonia e renderla un luogo salutare: un posto tranquillo. Dove leggere qualcosa d'interessante, ben scritto e soprattutto approfondito.
Abbiamo ancora bisogno dell'ennesima classifica dei dieci libri che ci hanno cambiato la vita? Abbiamo ancora bisogno di un post quotidiano da dieci righe?
Abbiamo ancora bisogno dell'ennesima playlist?
Sì, ne abbiamo bisogno, perché a volte il futile è utile.
Ma abbiamo anche bisogno di scrivere di più.
Abbiamo bisogno di essere più lenti: chi scrive e chi legge. Tutti.
Ce l'avete fatta ad arrivare fino a qui?
Bene, è un buon inizio.

venerdì 24 febbraio 2017

Sex Pizzul: Pedate.

Tempo fa ho iniziato a pensare che la casualità non esista, ma tutto sia il frutto di un calcolo contorto di un Architetto divino che forse ha qualche rimorso e allora per farsi perdonare pone sul nostro cammino piccole perle per cercare di alleviare le nostre sofferenze. Lungi da me l'essere blasfemo. Ma l'Architetto ed io abbiamo un rapporto un po' così. Quello che prima era un dubbio si sta trasformando in un tarlo e chissà se a breve diverrà una certezza.

Continuo ad imbattermi per puro caso (per ora diciamo ancora così) in dischi che riescono a farmi dimenticare settimane belluine trascorse in modo anfetaminico, brontolando come una pentola piena di fagioli dimenticata sul fuoco.
E voi sapete che cosa succede, se dimenticate una pentola sul fuoco.
Settimane in cui, arrivato alla fine, se avessi la famigerata valigetta con i codici delle testate nucleari non esiterei a usarli in maniera del tutto causale. E mentre il mondo collassa nel fuoco atomico, riderei a crepapelle con gli occhi spiritati come un novello commissario Dreyfus.
Sono una persona brutta, lo so. Ma voi pensate d'essere migliori di me?
Vedete? Oggi è uno di quei venerdì e la vena polemica è ancora presente, nonostante abbia già ascoltato Pedate due volte. Ma dovevate vedermi prima!
Ancora un ascolto e questo venerdì sarà stupendo.
Pedate è una di quelle cose che fanno bene, che ti migliorano la giornata e, dopo quello che ho scritto prima, la migliorano all'umanità intera.
In un attimo di pausa, navigando nell'internetto senza una destinazione precisa, mi sono imbattuto nella copertina che vedete in cima al post. Poi ho letto il nome del gruppo.

Meriterebbero la Hall Of Fame solo per questo.
Un mash up tra i Sex Pistols, una bandiera del punk e Bruno Pizzul, a suo modo bandiera della divinità italica per eccellenza: il calcio.
Sex Pizzul.
La genialità è nei dettagli.
Non so chi siano, da dove arrivino e che cosa abbiano in passato. Al momento m'importa solo di Pedate e del suo essere punk senza esserlo. Perché pur presentandosi come tale, qui di punk non c'è traccia. Se non nell'attitudine. M'importa del suo suono così pieno, del basso (uno strumento che adoro) opulento e della non classificabilità della musica. Post Punk, New Wave, Art Rock, Funk? Non lo so. Forse la prima cosa che mi viene in mente e a cui potrei accumunarli sono i Primus di quel geniaccio di Les Claypool. Ascoltate The Fearless Wampire FC e poi ditemi.
Tutte speculazioni, per rendervi un'idea, perché poi alla fine chissenefrega!
Otto pezzi eterogenei, dotati di un groove pazzesco e che paradossalmente, nonostante la loro diversità, stanno bene insieme. Non è un ascolto immediato, ma poco alla volta ti prende e ti entra in circolo per non mollarti più.
Consiglierei questo disco solo per l'attacco anni ottanta di Soccer Brawl che mi fa sbarellare tutte le volte. E Irina Te Amo, altro tocco geniale, che ti spiazza a suon di schiaffoni noise.
Un atipico omaggio al mondo del calcio chiuso alla grandissima con Stadium, rivisitazione della sigla di Domenica Sprint che i più punk di voi sicuramente ricorderanno.
E adesso vado col terzo ascolto consecutivo.
Il mondo è bello. Evviva i Sex Pizzul!


Sex Pizzul, Pedate.
1) El Tanque
2) Go Foxes!
3) The Fearless Vampires F.C.
4) Irina Te Amo
5) Flying Scorpio
6) St. Pauli
7) Soccer Brawl
8) Stadium

Sex Pizzul su Facebook.
La play list sulla pagina YouTube della Chic Paguro.

venerdì 17 febbraio 2017

...Perché in Fondo lo Squallore Siamo Noi.

Possono non piacere, ma gli 883 hanno lasciato il segno. Specialmente nella generazione cresciuta negli anni novanta. E anche se forse non lo ammetterebbero mai, esistono estimatori di Max Pezzali anche tra le schiere degli amanti della musica più dura e (a quanto pare non sempre) intransigente.
A me non dispiacciono. Ho sempre pensato che fossero un buon prodotto pop confezionato con professionalità. E i testi del buon Max comunque riuscivano a far breccia in un animo post adolescenziale come il mio. Canzoni come Con Un Deca, La Dura Legge Del Gol o Come Mai erano uno spaccato di vita vissuta in cui tutti più o meno ci ritrovavamo. E ancora oggi quando mi capita di riascoltarle, lo faccio sempre con piacere. E un po' di nostalgia comunque salta fuori.

A dimostrare la trasversalità della musica di Pezzali ci pensano i 666, da Colleferro in provincia di Roma. Una band tributo degli 883 che rende loro omaggio in modo un po' particolare. Evita di ripetere pedissequamente le sonorità dell'originale ma letteralmente le sconvolge in chiave punk, hard core ed heavy metal.
Avrebbe potuto essere una cosa imbarazzante. Una roba inascoltabile. Invece ...Perché in Fondo lo Squallore Siamo Noi è un disco fico!
Primo, perché è suonato alla grande. Secondo, perché prende gli anthem originali, li trasforma senza stravolgerli e aggiunge quella carica rock da scapoccio ignorante che tanto ci piace.
E' un disco dannatamente divertente! Da ascoltare ad un volume disumano, rovinandosi le corde vocali. Sarebbe d'uopo lo scapocciamento ma avendo una certa età, le mie cervicali non possono più permettersi certi vizi. Chi può, osi!
E lo dice uno che trova le cover band inutili e un po' tristi. Salvo in alcuni rari casi, come quello dei 666.

Molto bella anche la copertina, anch'essa una cover di un album degli 883: La Donna, Il sogno E Il Grande Incubo. Disegnata da Zerocalcare, vede come ospite Eddie, la mascotte degli Iron Maiden e al posto di Pezzali, presente nell'originale, il su ex sodale Mauro Repetto.

Potete scaricare il disco gratuitamente qui.


666 ...Perché in fondo lo squallore siamo noi. (2016)
01 - Hanno Ucciso L'Uomo Ragno
02 - Jolly Blue
03 - Sei Un Mito
04 - Cumuli
05 - Rotta X Casa Di Dio
06 - Se Tornerai
07 - Il Grande Incubo
08 - Weekend
09 - Con Un Deca
10 - La Dura Legge Del Gol


666 su Facebook.
666 su Youtube.

mercoledì 15 febbraio 2017

Claudio Vergnani: A Volte Si Muore.

In una città dove intere aree erano preda di criminali e maniaci, di bande mascherate, di stupratori seriali e pazzi sbandati, e sotto il controllo di gangster in doppiopetto, si muoveva un assassino misterioso e invisibile chiamato il Bisbiglio. La leggenda voleva che solo i morti che si lasciava dietro – straziati e oltraggiati – potessero vederlo. Infliggeva una fredda violenza e una studiata crudeltà, muovendosi con astuzia nel buio e nel silenzio. Colpiva quando le sue vittime erano ignare, indifese o deboli. Oppure, al contrario, quando erano certe di essere al sicuro. E, quel che era peggio, non comprendevamo nemmeno perché lo facesse. Non eravamo un passo indietro, eravamo proprio anni luce distanti. Eppure, in qualche modo, sentivamo che il cerchio ci si stava stringendo intorno, che alla fine, in un modo o nell’altro, lo avremmo visto anche noi…



Avvertenza: questa non è una recensione. Si tratta di uno sfogo perché in questi giorni gira male.
(Vorrei vedere voi, dopo una settimana di Sanremo).
Sono un po’ stanchino di sentire gente che si lamenta e non alza un dito mentre chi si sbatte per proporre qualcosa, viene sistematicamente snobbato, criticato con cattiveria o, peggio, preso per i fondelli.
Mi scuso anticipatamente con Claudio Vergnani per aver usato il suo splendido romanzo come valvola di sfogo.


Che cosa dire che non abbia già detto nel post dedicato a La Torre delle Ombre?
Forse che A Volte Si Muore addirittura lo supera?
Che Vergnani è sempre più bravo?
Che appena finisci di leggere un suo romanzo hai già voglia di un altro?
Anche.
Quello che mi preme di dire però è questo.
Qualche coraggioso in rete sta cercando di far capire al pubblico che il fantasy non è solo Tolkien, l'horror non è solo King e il thriller non è solo Connelly.
Non ci credi? Clicca un po' qui!
C'è tutto un mondo intorno, aprite le finestre al nuovo sole! Là fuori ci sono un sacco d’autori molto validi che in alcuni casi si avvicinano pericolosamente ai grandi maestri.
E sapete una cosa? Ci sono anche degli autori italiani!
Sì Sì.
Proprio così.
Incredibile, vero?
Non ci credi? Allora fai un giro tra le pagine di questo blog oppure tra quelli linkati a destra e fatti un'idea.
Il mondo della letteratura di genere è vivo e vegeto. Ha solo un piccolo problema: tu.
Tu che sei troppo pigro per gironzolare in rete alla ricerca di qualcosa di nuovo.
Tu che non hai il coraggio d'investire una manciata di euro in un autore che non conosci.
Tu che sei così provinciale da non tollerare il fatto che il protagonista si chiami Giovanni invece di John e non viva a New York ma a Cusano Milanino.
Tu che sei bravo a lamentarti, solo a lamentarti.
Tu che sei così passivo che non scegli, ma ti limiti a subire il battage pubblicitario delle grandi Casi Editrici.
Tu che storci il naso solo perché l'autore si autoproduce.
Tu che sniffi la carta come se fosse Popper.
Sì, se la letteratura di genere in Italia non vende o vende poco, la colpa è anche tua.

Claudio Vergnani: A Volte Si Muore
Editore: Dunwich Edizioni
Ebook o Edizione Cartacea con copertina flessibile
ISBN-10: 8899635447
ISBN-13: 978-8899635442

domenica 12 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 Epilogo.

Ragazzi, è finita!
Ha vinto... Chi ha vinto? Non mi ricordo.
Anche quest'anno è andata. Ma è stata dura. Dura Davvero.
Ci sono state un paio di serate veramente difficili in cui ho dovuto capitolare di fronte al Moloch sanremese.
E questa sera, arrivare fino in fondo è stata un'impresa. Come la cura Ludovico.
Ora tutto quello di cui ho bisogno è questo:


sabato 11 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #4.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? Avete disegnato le croci sul muro del salotto, per contare i giorni che avete trascorso agonizzanti sul divano? Le vostre orecchie stanno producendo quantità industriali di cerume, per formare una barriera naturale contro le mefitiche vibrazioni sonore emanate del vostro televisore? Non disperate. Siete quasi giunti al traguardo. Silverfish Imperetrix non vi lascia soli nel momento più delicato e vi aiuta con due bombe dopanti che vi permetteranno di arrivare alla fine (quasi) incolumi.

Timoria: Viaggio Senza Vento.
Prima che Francesco Renga diventasse il Francesco Renga che tutti conosciamo, era il cantante dei Timoria.
Prima che Omar Pedrini fosse l'Omar Pedrini che tutti conosciamo, era il chitarrista dei Timoria.
I Timoria erano bravi. E Viaggio Senza Vento ne è la fulgida testimonianza.
Sia dal punto di vista dei testi, si tratta di un concept album che narra il viaggio del protagonista Joe che cerca di dare un senso alla sua vita, sia musicalmente perché tutto il gruppo è in stato di grazia, con un Renga insuperabile. Pianificare un ascolto ogni tanto non è solo un piacere ma è necessario a comprendere meglio che cosa ci siamo persi dopo il loro scioglimento.
 
Baustelle: Amen.
Lo so, avrei potuto mettere tranquillamente il suo predecessore La Malavita, che se la gioca ai punti.
Averne di dubbi così: è come scegliere tra lasagne e pizza quando mangi minestrina insipida da una settimana.
Penso non sia il caso di aggiungere altro.
Anzì sì: Francesco Bianconi era uno degli autori de Le Canzoni Fanno Male, portata al Festival dalla giovane proposta Marianne Mirage.
E si sente.
Indovinate che fine ha fatto la brava Marianne?


Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la quarta serata, non solo lo spirito, ma anche il fisico inizia a dare brutti segni di cedimento.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa, paziente e palestrata.

venerdì 10 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #3.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? Pensate che Ermal Meta sia il nome di un gruppo di rock pesante e che quello che c'è sul palco dell'Ariston non sia Al Bano ma un ologramma come quello di Ronnie James Dio? Non disperate. Per trascorrere indenni le serate sanremesi, Silverfish Imperetrix vi viene incontro proponendovi degli ascolti pop rock italici, ideali per una decompressione senza rischi.


Africa Unite: In Diretta Dal Sole.
Ritengo che In Diretta Dal Sole sia uno dei dischi dal vivo più belli che siano stati pubblicati da un artista italiano. Possiede una carica e una vitalità uniche, oltre a un suono strepitoso. Paragonata al piattume emozionale trasmesso dalle canzoni sanremesi dell'anno domini 2017, la carica emanata dagli Africa Unite è qualcosa di alieno. L'ideale per illuminare queste giornate grigie.




C.S.I.: In Quiete.
Il confine tra le atmosfere calme e dilatate e la lagna è molto sottile. Purtroppo, quest'anno il confine sembra inesistente e i pezzi raramente riescono a starne al di sopra. Così scendono in caduta libera verso la monotonia. Bisogna essere bravi per rimanere a galla. I CSI in questo sono stati dei veri maestri e In Quiete (nomen omen) lo dimostra. Un disco che elargisce emozioni e lo fa sottovoce.



Ustmamò: Stard'Üst.
La vetta raggiunta da uno dei gruppi più interessanti degli anni novanta. Autori di un pop contaminato e contaminante, gli Ustmamò sono stati troppo presto dimenticati. Una stella cadente con un tragitto troppo breve. Tutti i loro dischi andrebbero recuperati, ma per chi non li conosce o li ha colpevolmente dimenticati, Stard'Üst è un ottimo punto di partenza.




Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la terza serata che ha visto massacrare la maggior parte delle più belle canzoni popolari del nostro Paese, anche il più estremista e sadomasochista degli ascoltatori libero da qualsiasi preconcetto ha bisogno d'essere disintossicato.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa e soprattutto paziente.

giovedì 9 febbraio 2017

Surviving Sanremo 2017 #2.

Il Nazionalpopolare non è il vostro pane? La Mannoia vi annoia e alla voce di Giusy Ferreri preferite le unghie sulla lavagna? Non disperate. Per trascorrere indenni le serate sanremesi, Silverfish Imperetrix vi viene incontro proponendovi degli ascolti pop rock ideali per un detox spirituale.

Television: Marquee Moon.
Altro grande gruppo ahimè troppo sottovalutato e dalla breve vita, autore di una delle pietre miliari del rock: Marquee Moon. In questi giorni è il suo compleanno: quarant'anni portati alla grande. Lo ascolto raramente ma ogni volta è una goduria. Specialmente dopo due ore di Festival e in questo caso è il Nivana.






Badly Drawn Boy: About A Boy.
Damon Gough scrive la colonna sonora del film omonimo che ha come protagonista Hugh Grant e tira fuori dal cilindro un album pop che si avvicina alla perfezione. Stranamente ignorato da pubblico e critica sordi di fronte a canzoni come Something to Talk About e Silent Sigh che sono piccoli capolavori. Il disco ideale dopo essersi sorbiti Sanremo perché funziona come basanite tra il pop fatto bene e l'immondizia.




Avvertenza: qui non si tratta di essere snob o radical chic. Qui si tratta di sopravvivenza, perché dopo la seconda serata ancor più soporifera della prima, anche il più valoroso e generoso degli ascoltatori libero da qualsiasi preconcetto ha bisogno d'essere disintossicato.
Perché quest'anno, a quanto pare, il Festival di Sanremo è davvero roba per gente coraggiosa e soprattutto paziente.